Dominio Ufficiale
INEDITO
Specula Auréllyonis è un progetto sonoro e concettuale che raccoglie le percezioni interiori di Auréllyon e le trasforma in una narrazione musicale senza parole. È un sistema di riflessi, un insieme di brani che non descrivono eventi ma il modo in cui l’anima li attraversa: ogni composizione è uno specchio che deforma, amplifica o attenua un’emozione, restituendo all’ascoltatore una visione intima e vulnerabile del personaggio. La musica diventa così un linguaggio autonomo, capace di raccontare ciò che non può essere espresso con la voce, e costruisce un percorso che procede per tensioni, risonanze e intuizioni, come se Auréllyon osservasse se stessa attraverso superfici che non restituiscono mai un’immagine intera.
All’interno di questo dispositivo, le introspezioni di Oblivium Superbiae – Superbiae Fractae rappresentano la sezione più sonora e aggressiva. Qui la superbia non è trattata come arroganza o come gesto di dominio, ma come una corazza che si forma sul vuoto. È l’orgoglio visto nel momento in cui nasce, quando la gioia si spezza, lo sguardo sugli altri diventa scherno e il bisogno di essere amata si trasforma in pretesa. Le introspezioni sono brani strumentali attraversati da vocalismi che non parlano ma esistono, residui di voce crudi, gutturali, a tratti melodici, che passano dalla luce che si incrina al disprezzo, dalla paura che insegue alla forgia di un amore che non c’era. Ogni suono è un tentativo di capire cosa regge l’eccesso quando smette di essere forza.
In questo dialogo tra rumore e silenzio, Oblivium Superbiae mostra il punto in cui l’energia diventa furore e il furore nasconde una mancanza. Le introspezioni amplificano quel furore e ne cercano le crepe. Seguono la gioia che non regge, il giudizio che si fa posa, la fuga da un’ombra senza volto e il vuoto da cui nasce la volontà di forgiare ciò che manca. Specula Auréllyonis diventa così un flusso unico, un discorso continuo in cui luce e tenebra si riflettono l’una nell’altra, e le introspezioni di Oblivium Superbiae ne costituiscono il battito più violento, quello che dall’esterno sembra forza e da dentro è bisogno.
In Oblivium Superbiae la gioia occupa due versi: bambini che sorridono, è gioia dentro me. Il verso successivo ha già l’ombra: c’è solo un’ombra che m’insegue. La luce e ciò che la spegne stanno nella stessa strofa, senza una pausa in mezzo.
Qui quella pausa viene concessa.
Auréllyon osserva dei bambini e per un momento non giudica, non pretende, non cerca niente. È una gioia che non ha dovuto conquistare. Il brano comincia piano, quasi trattenuto, come chi ha paura di rompere qualcosa. Poi un riff secco taglia l’aria, e la gioia deve ricominciare da capo.
Ogni volta che si accende, intensa e melodica, la musica la accompagna e subito la mette alla prova.
Nel testo originale l’ombra arriva subito. Qui la si sente arrivare, ed è il punto da cui parte tutta la caduta.
Il brano si dissolve in una voce che si strappa: una chitarra che accompagna la luce che si ritira.
Sono sguardi spenti negli adulti. Mi chiedo: che ne sarà di me?
Sono due versi, e in mezzo c’è tutto. Prima Auréllyon guarda gli adulti e non trova nessuno. Poi si chiede cosa diventerà. Nel brano originale la domanda passa e il testo corre avanti. Qui resta sotto lo scherno.
Il caos è quello di una folla: archi stridenti, riff che si sovrappongono senza mai allinearsi, strati che nessuno dirige. Poi tutto si ferma. Resta un solo riff che sale di note e di volume, come uno sguardo che si posa su qualcuno. Il rumore riparte, più denso della volta prima.
La voce è secca, rapida, gutturale. Non urla, deride: frammenti sputati, una risata che non riesce a diventare risata.
È il primo momento in cui la superbia si vede. Non è ancora rabbia e non è ancora furore: è un giudizio dall’alto, una posa che si regge finché c’è qualcuno da guardare. Ma in un punto il vocalismo si incrina per un istante e poi si ricompone. Lì si sente cosa c’è sotto: la domanda a cui nessuno ha risposto.
Vivo fuori dalle regole. C’è un’ombra che m’insegue. La solitudine mi trattiene.
Nel testo l’ombra torna tre volte. All’inizio è una constatazione, poi diventa un ritornello, infine il motore del crollo: ora cado fuori controllo. Ogni volta è più vicina, e Auréllyon la copre con la superbia.
Questo brano toglie la maschera della superbia e lascia solo l'urlo interiore.
Non vede mai l'ombra. Sente soltanto che c’è ma ogni volta che si gira non c’è niente. La tensione sale prima di esplodere, mentre qualcosa si avvicina. Poi la fuga. Le chitarre si deformano, stridono, suonano sbagliate, come qualcosa alle spalle. La batteria non regge il passo e il ritmo si affanna come un cuore che non riesce più a tenere il battito.
La voce è un grido. Nessuna melodia, solo reazione.
In nessun punto lei arriva da qualche parte, e nessuno la raggiunge. Il brano si interrompe a metà corsa, perché l’ombra ha il volto della solitudine e la solitudine non si semina correndo.
Cerco un amore che non esiste, lo strapperò a chi lo persiste. Il loro oblio sarà l’ascesa. Forgerò l’amore che non c’era.
È il finale di Oblivium Superbiae, e la superbia qui non nasce dalla forza. Nasce da una mancanza. Subito prima, la formula latina: in cadentia... superbia nascitur - "Nella caduta, la superbia".
Il brano comincia con il peso. Un’introduzione lunga, quasi doom, il vuoto che si accumula prima di avere una forma. Poi arrivano la batteria e l’orchestra, epiche, solenni: la forgia si accende. La voce è seducente, morbida, pericolosa, perché in questo testo il desiderio è anche predazione.
Ogni stacco lento è spezzato da un colpo violento, come un martello sul metallo e poi l’attesa. Ogni momento di intensità lascia il posto a una pausa più lunga.
Poi, quando tutto è costruito, resta solo il pianoforte. Calmo, dolce, triste, senza orchestra sotto.
La corazza si apre e quello che c’è sotto è un bisogno nudo, e solo lì il titolo dice finalmente la verità: l’amore assente. Era quello che Auréllyon cercava di forgiare. La maschera della superbia prende finalmente il sopravvento dietro una malinconia nascosta per quell'amore che non potrà forgiare.